Da oggi Mirafiori produce conflitto
Forse è “esagerato” definirla “rivoluzione”, ma quella impressa da Sergio Marchionne è certamente una “svolta americana”, con conseguenze politiche e sociali più ampie di quelle che l’accordo di Mirafiori avrà sulle relazioni sindacali in senso stretto. Non foss’altro, spiega al Foglio Mario Tronti, perché la china presa su impulso dell’amministratore delegato della Fiat farà scomparire il conflitto dal suo habitat tipico, la fabbrica, con la prospettiva però di farlo riemergere altrove in forma più diffusa. Leggi Pullover e piccone - Leggi Il sogno (sindacale) americano

Forse è “esagerato” definirla “rivoluzione”, ma quella impressa da Sergio Marchionne è certamente una “svolta americana”, con conseguenze politiche e sociali più ampie di quelle che l’accordo di Mirafiori avrà sulle relazioni sindacali in senso stretto. Non foss’altro, spiega al Foglio Mario Tronti, perché la china presa su impulso dell’amministratore delegato della Fiat farà scomparire il conflitto dal suo habitat tipico, la fabbrica, con la prospettiva però di farlo riemergere altrove in forma più diffusa.
Tronti, che nel 1962 fondò la rivista “Quaderni Rossi” assieme a Raniero Panzieri ed è considerato uno dei massimi teorici dell’operaismo in Italia, ragiona così sulla tempistica della “svolta”: “Arriva alla fine di un ciclo, e coincide con un passaggio di crisi del sistema. La recessione globale è stata scientemente utilizzata per imporre questo cambiamento nelle relazioni industriali”. Mentre il lavoro è debole, mentre la centralità del mondo manifatturiero è ai minimi storici, si impone il “comando sempre più assoluto dell’impresa sul lavoro”. Il motore immobile della svolta è la globalizzazione: “Essa è per metà un fatto”, concede Tronti, “ma per metà un apparato ideologico”. Da utilizzare, per esempio, quando si tratta sugli investimenti a Mirafiori, al punto che anche il referendum sull’accordo che si terrà tra i lavoratori a metà mese è a prescindere “truccato” dalle “forme di ricatto” utilizzate. Ergo, chi voterà “no” alla proposta farà parte di “una minoranza di eroici resistenti”.
Non a caso Tronti non nasconde di essere dalla parte della Fiom “per motivazioni politiche”. Proprio ieri è stato il presidente del comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, a rinnovare l’appello al segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, a convocare uno sciopero generale, sottolineando che l’accordo di Mirafiori “è il più grave atto antidemocratico verso il mondo del lavoro” dall’epoca del fascismo a oggi. Esagerazioni retoriche? “E’ un fatto l’attacco in corso alla Fiom, ovvero all’ultima organizzazione sindacale che ha un’idea di relazioni industriali come di un rapporto civilmente conflittuale”.
Da qui Tronti fa discendere almeno tre conseguenze che investono politica, economia e società italiana. Per prima cosa, come dimostra anche la strategia della Cgil di tentare l’alleanza con Emma Marcegaglia per contenere Marchionne, “Confindustria sa che potrebbe vedere di molto ridotto il suo ruolo”. Non soltanto perché con la fuoriuscita della Fiat perde un associato di peso in un settore strategico, ma anche perché la contrattazione in stile Mirafiori “apre un vaso di Pandora che sarà difficile richiudere, e il cui contenuto potrebbe attirare altre imprese”. La seconda conseguenza riguarderà anche i mercati: “L’assolutizzazione del comando nelle fabbriche – spiega Tronti – ha l’obiettivo dichiarato di aumentare la produttività degli stabilimenti, ma nel lungo termine potrebbe rivelarsi un handicap per le società. Infatti la lotta in fabbrica non prende soltanto la forma dello sciopero, ma anche quella della passività operaia e del sabotaggio del processo lavorativo”. In altre parole, in mancanza di un accordo condiviso, la tanto agognata governabilità degli impianti diventa un miraggio.
Le conseguenze sociali, infine: quanto più la rivoluzione di Marchionne è “americana”, tanto più persegue l’obiettivo di “omologare il sindacato sullo stile del sindacalismo collaborativo statunitense”. Ma secondo Tronti, “il conflitto che si svolge storicamente nelle fabbriche europee, e che oggi i manager alla Marchionne vorrebbero espungere, è razionale e civile. Se viene a mancare questo habitat, il conflitto si esprime altrove, diventa conflitto sociale”. Per esempio, senza un contratto nazionale chi governa le relazioni industriali nel nostro paese fatto di piccole e medie imprese? Se Marchionne alla fine l’avrà vinta, “il livello di conflitto diventerà esplicito in altri luoghi, e il paese vivrà una sorta di caos sociale”. Altro che sogno americano.
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